Sono nata e cresciuta nei meravigliosi Castelli Romani, abituata ad avere due laghi a pochi minuti e il mare a mezz’ora di macchina, abituata a bruschetta e supplì come antipasto della pizza (se non sapete cos’è un supplì siete degli eretici), ho vissuto la maggior parte della mia vita in un posto dove i verbi non finiscono in -re ma sono tutti troncati e la gente è rumorosa e ospitale. Poi la vita mi ha portato da tutt’altra parte: prima più d’un anno a Forlì, vera patria della nebbia per quanto mi riguarda, poi definitivamente (spero) in Piemonte, dove la gente è tutta diversa. Ho lasciato la mia famiglia e i miei più cari amici lontano, ancora cullati dal vento Ariccino e rimboccandomi le maniche mi sono costruita una nuova vita. Undici anni suonati che vivo ai piedi delle Alpi e ancora ogni volta che entro in un negozio e apro bocca la solita signora “autoctona” mi guarda con leggero disprezzo e dice: “Signora, lei non è di qui vero?”. No, io non sono di qui. Non fraintendetemi, ho trovato moltissime cose da amare nella mia nuova casa: la maestosità delle montagne, la neve, l’albese, un piccolo paesino in cui vivere che adoro, ma alcune cose mi mancheranno per sempre. Più di tutto il colore del cielo. Vedete, in Piemonte le montagne impediscono alla foschia di allontanarsi nella maggior parte dei giorni, il risultato è un cielo celeste chiaro, a volte grigiastro. Non mi ero mai resa conto di quanto amassi la vista di un cielo blu, su cui le nuvole bianche risaltano come cicatrici, finché non mi sono accorta che qui quel cielo non esiste. Il cielo è sempre perfetto, scrivevo anni fa, che sia plumbeo e carico di pioggia, scuro e trapunto di stelle o rosso sangue al tramonto, resta sempre il cielo, ma il mio preferito sarà sempre quello di un pigro pomeriggio al lago di Castel Gandolfo, blu, profondo come il mare, con le nuvole a fare da isole, su cui, seduta, posso sognare.